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I segreti dei giorni della merla

Ci sono tantissime leggende riguardo gli ultimi tre giorni del mese di gennaio detti “i giorni della merla”. La più famosa racconta che una merla bianca si vantava di avere delle piume candide come la neve. Poiché il tanto temuto freddo del primo mese dell’anno non si era ancora fatto vivo, la merla iniziò a prendersi gioco di Gennaio. Allora “Generale Inverno” si arrabbiò e decise di far abbattere sulla Terra un’ondata di freddo e gelo. Non solo: giurò che il maltempo si sarebbe ripresentato tutti gli anni a venire durante gli ultimi tre giorni di gennaio. Per ripararsi la merla si infilò in un camino. Alla fine riuscì a salvarsi ma le sue piume diventarono nere come la fuliggine.
Tutto qui? No, questa leggenda nasconde elementi di gran lunga più interessanti…
Se ci pensate più o meno verso l’inizio di novembre quando il freddo inizia a pungere, “l’estate di San Martino” porta un rialzo delle temperature gradevole, quasi come se vivessimo una seconda primavera.
Il 30 gennaio si festeggia Santa Martina e accade l’opposto: nonostante il Solstizio d’Inverno segni l’allungarsi delle giornate, e sembri esserci un lieve miglioramento meteorologico, torna il freddo intenso.
Sono momenti che segnano una sorta di “capovolgimento cosmico”. Nell’antichità le persone davano gran peso ad eventi del genere perché la loro vita era strettamente connessa ai cicli della natura e all’agricoltura.
Come spiega Cattabiani nei suoi libri, si tratta di giorni “di passaggio”, dunque considerati adatti per divinare, trarre presagi. Del resto a ridosso dei giorni della merla cade Imbolc festa pagana divenuta “Candelora” con l’avvento del Cristianesimo.
In Veneto una filastrocca svela come proseguirà l’inverno: “Quando vien la Candelora de l’inverno semo fora; ma se piove o tira vento de l’inverno semo dentro”. Tradotto: se il due febbraio il tempo è soleggiato o stabile l’inverno è da considerarsi quasi concluso, mentre, se piove, nevica o c’è brutto tempo la primavera tarderà ad arrivare.
Un proverbio lombardo recita: “Santa Martina la tra giò gran farina” cioè “il giorno di Santa Martina dispensa farina” dove per farina si intende tanta neve!
La festa di Santa Martina fu fissata al 30 gennaio da papa Urbano VIII, che ne fece anche una delle patrone della città di Roma.
Urbano VIII amava particolarmente il simbolo del sole inteso come luce divina che ispira e protegge il cammino dell’uomo. Questo pontefice apparteneva alla famiglia Barberini e suo fratello, Carlo Barberini, acquisì l’omonimo palazzo sorto (guarda caso) sulla terrazza superiore del santuario della Fortuna Primigenia.
Tornando ai giorni della merla e ai due Santi Martino e Martina è come se la natura ci ricordasse che c’è un punto yin nello yang e viceversa, in un’eterna danza cosmica fatta di miti e storie fantastiche.

Dal blog Terre Celtiche
Non dimentichiamo che in questi giorni “di passaggio” avvenivano i riti agro-pastorali che sostenevano il risveglio della natura e scacciavano il Gelo (una volta chiamato Generale Inverno) come i riti del fuoco della Giübiana.
In questa leggenda vediamo due forze in atto Gelo (nonno Gelo o Generale Gelo, uno spirito della natura dalla cui benevolenza dipendeva la sopravvivenza dell’uomo durante il rigido inverno, e Primavera rappresentata nel suo araldo il Merlo – la donna-uccello preistorica).
Antonia Bertocchi ha studiato il mito del merlo bianco alla luce della ricerca etnostorica. Il bianco è notoriamente il colore delle fate, gli animali emanazione degli dei celtici sono sempre bianchi (cervi, cigni, farfalle) a maggior ragione il merlo, la dea-uccello del Paleolitico Superiore. E proprio nell’areale dell’antico e mitico Lago Gerundo soggetto a frequenti glaciazioni viveva una tribù il cui totem era rappresentato dal merlo.
La morale della favola ha origini paloelitiche “E’ un giornio di fine gennaio stranamente tiepido; come capita a volte anche ai nostri giorni, il sole ha sciolto la neve e i bambini vogliono correre e giocare nel bosco vicino. I giovani mordono il freno; alcuni trascinano la gente a danzare e, agitando percussioni al suono degli zufoli, invadono la radura centrale… Invano gli anziani raccomandano prudenza, perché sanno che potrebbe ancora verificarsi un minimo stagionale, e con la potenza del Gelo, non si scherza. Purtroppo i sorrisi e la sana allegria stanno degenerando in risate e schiamazzi che suonano molesti all’orecchio mistico dei saggi e degli iniziati che hanno imparato a non recare disturbo al lavorio delle forze sacre immanenti nella natura, mentre si sacrificano e si trasformano.
Lo sciamano, preoccupato ed in cerca di ispirazione, osserva, seduto davanti alla sua tenda, una merla uscita anzitempo dal nido. Essa segue come i bambini i suoi bioritmi interni. Anche lei sente la Primavera ed emette vocalizzazioni rivolte al merlo. Sono vocalizzazioni poco gradevoli, che offrono allo sciamano materiali per una manipolazione di tipo metaforico, perché può interpretarle come risate beffarde e irriverenti, rivolte alla potenza del gelo. La mente dello sciamano ripercorre il tempo del sogno, quando gli antenati delle origini avevano lasciato detto di discendere da merli bianchi. Eppure, la merla che si pavoneggia incosciente, ha il piumaggio scuro. Come mai? Trovato! Si tratta della punizione divina per il suo atteggiamento tracotante.
Nella tradizione celtica il merlo (druid dhubh) è associato alla Dea Rhiannon. La leggenda dice che gli uccelli di Rhiannon sono tre merli, che sono appollaiati e cantano sull’albero della vita ai confini con i mondi ultraterreni. Il loro canto, mette l’ascoltatore in uno stato di trance, che gli consente di recarsi nei mondi paralleli.
Scrive Lawrence Sudbury “La dea Rhiannon è una dea lunare gallese il cui nome significa Grande (o divina) Regina. Per molti versi è una figura di potere assoluto, sovrana degli dei e, a livello filosoficamente più alto, rappresentante simbolica della natura

Fonte parziale:
https://www.quotidiano.net/meteo/giorni-della-merla-2019-1.4413711

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