Simbologia del Larice


images“Mi arrampicavo sul mio larice tra gli aghi d’oro infiammati dal sole verso il tramonto. A volte mi sedevo a cavalcioni nella forcella della biforcazione e la resina mi impeciava le gambe nude e i calzoncini. Ma quando il sole incominciava a scendere dietro le piccole dolomiti, mi alzavo di ramo in ramo come uno scoiattolo, fin dove la punta dondolava sopra il vuoto, e i rami flessibili e sottili, riuscivano a sopportare il mio peso. Pareva di poter osservare più a lungo il sole che tramontava, tra nuvole infuocate. Dalla lontana Siberia dove nasce il Larix sibirica, un viaggiatore ha raccontato che certe popolazioni primitive, lo consideravano un albero cosmico, lungo il quale scendono il sole e la luna, sotto forma di uccelli d’oro e d’argento. Lassù v’era anche un bosco sacro, dove sui rami dei larici, i cacciatori appendevano le più belle pellicce e ogni cacciatore deponeva una freccia. Ma i larici che venero, sono quelli che vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo; sono lì, nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre. I rami spezzati. Ma sempre, quando torna la primavera, i rami si rivestono di luce verde e in autunno, quando la montagna torna a farsi silenziosa, illuminano d’oro le pareti.”

LarixSibirica2Il larix decidua, per la sua incredibile longevità era considerato un albero cosmico, in grado di unire terra e cielo, in particolare dagli Ostiachi, popolo siberiano di ceppo finnico. Con la sua chioma piramidale, è molto elegante ed evoca l’idea di robustezza. Il suo legno è fra i più resistenti, non marcisce nell’acqua e con la sua resina, le api producono un ottimo miele. Anticamente, a Venezia, era utilizzata anche nella produzione di un antisettico contro le malattie infettive e infiammatorie delle vie respiratorie.
Una favola antica narra che nella val Costeana, c’era un torrente d’argento, abitato dalle Aguane (o Anduane), creature acquatiche.
La regina si chiamava Marugiana, figlia di un’aguana e del signore del castello, che conosceva le tragedie e le sventure che colpivano l’uomo.
Un giorno, un principe che passava accanto al torrente, si innamorò di lei, e fu subito ricambiato.
Marugiana, come dono di nozze, esigeva che per un attimo, almeno il dolore e il male fossero cancellati dal mondo: un desiderio realizzabile solo nel mondo di Utopia.
Una vecchia aguana allora disse: “c’è un momento in cui tutto pare fermarsi in una pace irreale: accade ogni secolo, e si ripeterà proprio quest’anno a mezzogiorno in punto nel giorno di San Giovanni Battista”. Le nozze dei due giovani allora, si celebrarono in un’atmosfera incantata.
Due nani, legarono tutti i fiori in un mazzo grande come un albero, che piantarono dandogli il nome di larice, da lares, nome romano che indicava i lari, geni protettori del focolare. Per far sopravvivere l’albero ai rigidi inverni montani, Marugiana gettò il suo velo da sposa sulla pianta, che mise germogli verdi, per poi fiorire con coni rossi e profumati. Da quel giorno, il larice, divenne l’emblema del Matrimonio. Come il matrimonio, l’albero è verde e fiorito in primavera, poi diventa rosso e oro nella maturità, ma d’inverno se una nuova Marugiana non lo ricopre con il velo della speranza e dell’amore, diventa secco e spoglio.

Bibliografia:

Lux

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