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Santa Maria delle Grazie

Il mio futuro è iniziato quattro anni fa. Solo, non lo sapevo. Non sapevo che quel ragazzo seduto accanto ai gradini della stazione dei treni sarebbe diventato il mio compagno.
Tanto meno, immaginavo che vivesse a due passi dai luoghi dei miei antenati: Mantova e il basso veronese, le terre dei miei bisnonni materni.
Così, tutto ricomincia nelle vecchie, verdi e paludose distese dove scorre il Mincio. Che neanche farlo apposta, anticamente era chiamato “Incomincio”. Tra le acque lunari e le infinite distese di loti troneggia uno splendido santuario costruito nel 1399: Santa Maria delle Grazie.
In un’area così non era semplice ricavare qualche pezzo di terra da coltivare, dato che malattie e inondazioni abbondavano. Così  il popolo si rivolgeva alla Luna, la signora dei cicli, della nascita e della morte per ricevere protezione.
E’ interessante il fatto che un tempo la piazza del santuario, fosse circondata da portici che formavano un quadrato. Non credo sia un caso dal momento che riprende il modello del recinto sacro ossia il Tempio. Secondo i pitagorici il quadrato riuniva le forze di Rhea, di Afrodite, di Demetra, di Hestia e di Hera.
Rhea, la madre degli dei si manifestava attraverso le modificazioni dei quattro elementi simbolizzati da Afrodite (acqua), da Hestia (fuoco), da Demetra (terra) e da Hera (aria).
Il bel portale rinascimentale è sovrastato da una lunetta che mostra la Madonna col bambino tra i cherubini. Il figlio è volutamente posto in una posizione predominante rispetto alla madre; questo ricorda ai pellegrini che ogni chiesa è dedicata anzitutto a Dio e nessuno, neppure la Madonna, può prescidere da Lui. All’ingresso le chiavi di volta raffigurano la Madonna col figlio, il Sole e la Luna
Questi simboli si prestano a numerose interpretazioni; l’opposizione tra bene e male, i due principi alchemici, le due vie, i due aspetti dello stesso principio vitalizzante che governa il perpetuarsi e il mantenimento della Vita in tutte le sue forme.
L’apparato votivo iniziato da frate Francesco Acquanegra è stupefacente. Sulle colonne rosse spiccano ex-voto in cera: sono mani, occhi, seni e altre parti del corpo di cui i fedeli chiedevano la guarigione. Il Tempio infatti, nasce proprio grazie ad un voto di Francesco Gonzaga che pregò la Madonna di far cessare la  peste.
Nelle nicchie si scoprono figure polimateriche (fatte di legno, stoffa, cartapesta), in cui convivono personaggi illustri e anonimi, ecclesiastici e laici, uomini e donne d’ogni età, innocenti colpiti da sventure e delinquenti scampati al supplizio, dame aristocratiche e rudi soldati, notabili e popolani: ciascuno con una storia da raccontare. Le statue superstiti sono 53 su 80.
La “Miseria delle Grazie” (quarta figura nell’ordine superiore), rifletteva col suo miserabile aspetto le condizioni di vita in cui un tempo versava la gente. Se gli abiti della “miseria” sono femminili, la testa è quella di un uomo.
Questa figura mi ricorda la lumara. Molti contadini della zona, stremati dalla fame, giuravano di aver visto dei fuochi fatui notturni, che nella parte inferiore presentavano due ossa incrociate. Ecco perchè era sconsigliato “andar per campi” di notte. Oltre alla Lumara, spirito di sciagura, si potevano incontrare anche le “strighe” intente a consumare orge o a ballare sfrenatamente attorno al fuoco. Si narra ancora che il parroco di Sorgà, stanco di tali riti, si rivolse a Dio urlando: “o la Chiesa o il Sabba” provocando lo sprofondamento di parte del paese ove il “demonio” veniva invocato.
Tornando alla descrizione del Tempio dall’altare in poi ci sono una serie di statue davvero inquietanti. La prima è quella di un suicida gettatosi nel pozzo con un pietrone al collo. La terzina che descrive la scena dice: “Fuor d’esto pozzo uscii libero, e sciolto, col grave sasso che pendea dal collo perch’allor fui dalle tue braccia accolto”. Leggendo il testo in chiave ermetica, si nota subito che la pietra è legata al collo. Si tratta forse di una discesa simbolica nell’oscurità della propria anima, che attraverso un lavoro “ispirato dall’alto” fa tornare alla luce l’uomo, sollevato e purificato? Il pozzo in molte fiabe nord europee, è un luogo di “passaggio” che mette in comunicazione umano e divino (vedi Frau Holle).
C’è anche un’altra figura, sempre nell’ordine inferiore, che presenta una ferita al collo: un soldato. La decapitazione è un’immagine abbondantemente utilizzata in alchimia a rappresentare l’iniziazione spirituale. La testa è la sede di ciò che chiamiamo “Io” e rompere la testa, diventa sinonimo di abbandono della razionalità che ci impedisce di passare ad un altro stato di consapevolezza.
Accanto al “suicida” troviamo la storia di Rinaldo della Volta un fornaio condannato a morte e poi graziato perchè il primo colpo del boia non andò a buon fine. Il ghigno demoniaco del giustiziere lo hanno reso noto come “Giuanin d’la masola”.
Nella nicchia accanto è raffigurato un uomo di San Martino dall’Argine che condannato a morte, si dichiarò innocente. Fu liberato dopo che per quattro volte si ruppe il laccio della garrota. Anche qui, torna il significato simbolico del 4: il divino interviene a mettere ordine laddove le creature sbagliano.
Le statue successive mostrano due uomini con le mani legate in attesa rispettivamente, della condanna alla corda e alla forca. Altri due soldati infine, scampano a morti orribili. Il primo è risparmiato dalla pena del fuoco che consisteva nella bruciatura dei piedi; l’altro guarisce miracolosamente dopo aver ricevuto un colpo di spada tanto profondo da poter scorgere il cuore.
Qui si nota una contrapposizione tra una parte “nobile” del corpo il cuore, sede intima dell’amore e della vita e i piedi a contatto con la vile terra.
Osservando l’ambiente circostante ci accorgiamo che il santuario è bagnato dalle acque del Mincio e dei suoi laghi. L’acqua è l’elemento sacro per eccellenza. E’ simbolo di rinascita e purificazione. Aspersioni e immersioni permettono all’uomo di liberarsi dai peccati commessi e di iniziare una nuova vita.
Anche la vegetazione ha qualcosa da raccontare: a pochi passi dal santuario possiamo trovare salici, fior di loto, ibisco e ninfee che rallegrano oltre 200 km di canali.
Il simbolismo legato ai salici è piuttosto controverso, come tutti gli alberi associati alla Grande Madre. Il salice, afferma Hugo Rahner “è qualcosa di duplice, in riscontro alla duplicità delle dee Demetra e Core che si veneravano ad Eleusi: una pianta che è a un tempo madre e vergine, germogliante e casta, vivente e morta”.
Lo scrittore cristiano Erma, associa quest’albero a Cristo: “questa pianta è il salice, ed è una specie che ama la vita…questa grande pianta che copre i monti e tutta la terra”.Il salice divenne anche simbolo della castità.
E’ presto spiegato dunque, come in un santuario dedicato alla Madonna, non potesse mancare.
L’albero era sacro alla Luna perchè prediligeva l’acqua e fra i suoi rami nidificava il principale uccello della dea, il torcicollo, che aveva sulle piume dei segni a V, simili a quelli presenti sulle scaglie dei serpenti oracolari.
Il salice cura la psoriasi, gli eritemi ed è efficace contro l’insonnia. La sua corteccia era utilizzata per combattere la febbre e le malattie dovute all’umidità e in particolare i reumatismi cronici.
Una statua ex voto all’interno del tempio, ricorda proprio la guarigione di un fedele dal “male della macchia“.
Anche i loti e le ninfee che circondano il Santuario hanno una simbologia ben precisa.
Il loto cosmico rappresenta l’aspetto materno e fecondo dell’Assoluto. E’ altresì simbolo di illuminazione spirituale e purezza. Il loto rosa, proprio quello presente a Santa Maria delle Grazie, nelle sette esoteriche evoca la più alta espressione della divinità. Importati nel 1921, le fibre all’interno dei gambi del loto furono utilizzate per ricavare gli abiti destinati ai monaci. 
Nel libro dei morti egizio la Nymphaea lotus generò il demiurgo e il Sole: “io  sono il puro fiore di loto che proviene dallo splendore…io sono il puro fiore spuntato dal campo di Ra”.
Parliamo poi dei pioppi che circondano il Mincio alberi di una sacralità assoluta: legati anch’essi al Sole e alla Grande Madre rappresentano la speranza di una nuova vita, dal momento che le loro foglie sono scure da un lato e chiarissime dall’altro (passaggio  dalla morte a una nuova condizione di luce).
Entrando nel Santuario si noterà un coccodrillo penzolare dal soffitto. Narra l’Apocalisse (12,1.4; 20,1-2) “Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di Sole, con la Luna sotto i suoi piedi… un drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato…un angelo scese dal cielo con una gran catena in mano; afferrò il dragone, il serpente antico, cioè il diavolo satana, e lo incatenò”.
Nell’interpretazione della Chiesa, la donna dell’Apocalisse è Maria al quale si oppone il demonio (simboleggiato nel medioevo da bestie mostruose, come l’alligatore). Incatenare una così feroce creatura all’interno di un santuario significava stabilire la supremazia di Dio.
 
Bibliografia:
Roberto Brunelli (2009), Il Santuario di Santa Maria delle Grazie, seconda edizione, Genova.
Florario e Volario di Alfredo Cattabiani, ultime edizioni.  

 

2 commenti

  1. Bellissimo lavoro Sara.
    Le descrizioni dei luoghi sono sempre dettagliate ed i tuoi commenti sempre profondi.

    Per farti sorridere… cosa ne pensi di sostituire Philippe Daverio visto che lo hanno licenziato dalla Rai??

    Un grande abbraccio
    Joh

  2. Grazie Joh!!
    Hahahahaahaha!!!
    Magari, sarei sempre in giro a vedere posti nuovi e in termini di “cibarie”, costerei anche meno!
    Quello se magna anche i produttori tra un po’ 😛
    Scherzi a parte, sono molto dispiaciuta perchè era un piacere ascoltarlo. Poi, culturalmente, Daverio è un vero mostro. Ora alla tv pubblica sono rimasti solo i servi. Voglio proprio vedere dove andrà a finire la rai..bleah..
    Un grande abbraccio anche a te!!

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