La morte, il sonno e gli spiriti


“La sola esperienza paragonabile alla morte è quella del passaggio dal normale stato di veglia al sonno e che ognuno può farsene una idea prestando attenzione a quell’attimo, restando fino all’ultimo cosciente.”
Tiziano Terzani

Cos’è addormentarsi se non un atto di fede? Il dormiente abbandona la propria coscienza per varcare le sottili soglie degli altri mondi. Durante il sonno non possiamo percepire le funzioni fisiologiche come il battito del cuore o il respiro, né cosa accade intorno a noi. In più, l’ipotalamo è localizzato in prossimità del mesencefalo che è l’area del cervello in cui risiedono i comportamenti primordiali. Così basta un impulso elettrico anomalo per risvegliarlo e non c’è nulla che inibisca un’eventuale reazione violenta. Interrogarsi sulle similitudini che intercorrono tra sonno e morte potrebbe sembrare macabro, tuttavia l’abbandonarsi al buio, all’inconscio non è una piccola preparazione all’ora fatale?
Il morto ritrova il sonno originario ed è possibile individuare una triplice analogia fra: il sonno notturno dei vivi, il sonno della morte e  il sonno fetale. Nelle tenebre ogni cosa si addormenta, si spegne, riposa, si trasforma in un tutto indifferenziato, dove i cinque sensi vengono meno. La notte è placenta, il bagno di rinascita del giorno che sta per sorgere. Ecco riaffiorare il simbolo dell’acqua la madre cosmica che garantisce la comunicazione magica tra l’uomo e la morte. Elemento femminile e duplice diviene “matrigna” per l’uomo al cospetto della “nera signora”. Bachelard nel 1924 affermò: “l’acqua è il cosmo della morte, il vero e proprio supporto materiale della morte“. Attraverso i canali del sonno passano le comunicazioni sincretiche. La notte è immersa nel mondo degli spiriti.
Il doppio è il centro di ogni rappresentazione arcaica che riguardi i morti: si manifesta nel Ka egizio, nel Genius Romano, nel Rephaim ebraico, negli spettri del nostro folklore. Pindaro afferma: “l’eidolon del vivo resta in vita, mentre il corpo ubbidisce alla morte”. In origine gli spettri non abbandonavano i luoghi dei vivi e comunicavano con loro attraverso i sogni. Il doppio conserva le fattezze del suo ultimo giorno e ha gli stessi bisogni dei vivi, le stesse passioni e sentimenti. Lo spiritismo non è altro che teoria e sperimentazione pratica dei rapporti col doppio.
Ma si tratta davvero di entità autonome o sono solo la prova della sopravvivenza dell’umano in forme alienate?
Molti di coloro che sono stati o hanno ritenuto di essere sul punto di morire o  sono stati dichiarati clinicamente morti hanno riferito di essere “usciti dal corpo” e di averlo potuto osservare dall’esterno; di essere entrati, dopo l’attraversamento di una zona di passaggio buia in un regno di luce, dove avrebbero incontrato parenti o amici defunti; alcuni hanno riferito di aver visto l’intera esistenza passata e/o, in alcuni casi, anche quella futura e di avere improvvisamente intuito la vera natura e il vero significato della vita e della morte; riferiscono poi di essere arrivati in una zona di confine o di aver incontrato un “essere di luce” che li ha costretti a rientrare nel corpo.
Il sogno è uno degli stati modificati di coscienza più comuni. A differenza della morte, l’irrealtà percepita nel fatto onirico consente di proseguire nel sonno ristoratore nonostante le impressioni sgradevoli, mentre gli eventi che accadono nelle esperienze di pre-morte sono sentiti come concreti e reali in modo profondo sia durante il loro svolgersi, sia dopo. E’ interessante notare come nella religione Islamica si parli di soglia della morte (al-ihdar): gli angeli della morte, nel tempo prestabilito dall’Altissimo, arrivano a “trascinare via” l’anima del morente. Si parla inoltre di uno stato di “ebbrezza” che si prova al momento del trapasso, una sorta di stato confusionario, durante il quale l’uomo non capisce bene cosa gli stia accadendo: “L’ebbrezza della morte verrà in verità. Questo era quello che cercavi di evitare” (L:19). Aisha, Madre dei Credenti, narra che lo stesso Profeta (SAAS) durante il suo trapasso, ebbe modo di parlare dello stato di ebbrezza. Il Messaggero di Allah (SAAS) aveva davanti a sé una bacinella e infilò la sua mano nell’acqua, la passò sul suo viso e disse: “in verità la morte ha uno stato confusionario”. Superato il momento del trapasso le anime affrontano un primo viaggio verso il cielo; quelle giuste arriveranno direttamente in paradiso mentre per chi in vita si è comportato male, ci saranno due punizioni: una nella tomba e una all’inferno nel giorno del giudizio universale. Il Profeta (SAAS) ha sentito la terrificante voce di quelli che venivano puniti nella tomba ma la cosa può essere ascoltata anche da altre persone e persino dagli animali.
Nella cultura ebraica il corpo del defunto prima della sepoltura dev’essere lavato con l’acqua al fine di purificarlo. Gli specchi in casa sono coperti, cosicché l’immagine della morte non venga riflessa ed un lume ad olio rimarrà interrottamente acceso durante lo Shivah (= sette giorni di lutto). I morti  senza distinzione di rango o condizione trovano dimora nello Sheol, il luogo più lontano dal cielo. Qui, continuano in qualche modo la loro vita terrena, ma senza la conoscenza o il sentimento. Il silenzio regna sovrano e “l’oblio è il sacco di coloro che vi entrano” (Ps. lxxxviii. 13, xciv. 17; Eccl. ix. 10). Prende anche il nome di “Duma” la dimora del silenzio. Tuttavia, Dio ha il potere di salvare i meritevoli dallo Sheol, visto come un’entità insaziabile. Questo luogo è protetto da cancelli e suddiviso in compartimenti. Il corpo nella tomba rimane collegato all’anima (come nei sogni). Un destino differente spetta a i ” Dybbuq“,  spiriti ai quali è stato vietato l’ingresso nello Sheol o fuggiti dalla Gehenna che possono prendere possesso sui viventi causando notevoli problemi.
Secondo lo Shintoismo e il Buddhismo mentre le anime felici diventano spiriti ancestrali, chi muore infelice o di morte violenta diviene un fantasma, uno degli stati spirituali più vicini a quello umano. Il termine yurei significa letteralmente “fantasmi tormentati”. Presentano mani morte, vesti bianche e sono privi della parte inferiore del corpo. Con i loro lunghi capelli neri sono fiammelle simili a fuochi fatui. Se lo spirito è trattenuto nel mondo dei vivi da forti emozioni  il reikon (anima) può trasformarsi in yūrei ed entrare in contatto con il mondo fisico. Non tutti gli spiriti che si trovano in queste condizioni però si trasformano in yūrei, perché agire sul mondo fisico  richiede una grande forza (mentale o emotiva). Lo yūrei può infestare un oggetto, un luogo o una persona, e può essere scacciato solo dopo aver celebrato i riti funebri o risolto il conflitto emotivo che lo tiene legato al mondo dei vivi.
Ma perché i alcuni spiriti dovrebbero attaccarsi morbosamente a quella che è stata la loro dimora?
La casa sede del culto degli antenati rimanda alla simbologia della caverna e dunque alla terra ventre materno che accoglie la vita del doppio dopo il trapasso.

Bibliografia:

  • “L’uomo e la morte” di Edgar Morin
  • http://www.neurolinguistic.com
  • http://www.jewishencyclopedia.com/articles/13563-sheol
  • http://en.wikipedia.org/wiki/Y%C5%ABrei
 
Lux

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