Ipotesi sull’origine dei Tarocchi


Ipotesi cinese
origini cinesi tarocchiLe carte da gioco nacquero in Cina attorno al X°-XII° sec. d.C.
E’ probabile che si trattasse di carte da domino abbastanza simili a quelle ancora oggi usate in Estremo Oriente.
Inoltre, tra il VII° ed il X° sec. d.C. era già in uso la carta moneta.
Le banconote, ornate con effigi degli imperatori o con simboli come il Sole, venivano impiegate non solo come denaro, ma anche come “carte” per il gioco.
Tali elementi furono a più riprese perfezionati in una sorta di sintesi che associava Taoismo e Confucianesimo, fino ad arrivare alla formalizzazione del “Libro dei Mutamenti” o “I Ching”.
A seguito degli editti imperiali del 1120 d.C. per disciplinare l’uso delle carte, in Cina, i mazzi più comuni restarono le carte “Kwan P’ai” e le “Lut Chi”.

Ipotesi egizia
Uno dei primi a formulare un’ipotesi che avesse una parvenza di scientificità fu Antoine Court de Gebelin (1719-1784).
Nel volume “Le Monde primitif” del l781, egli fornì un’argomentazione a favore dell’origine egizia dei tarocchi: gli Arcani Maggiori erano i resti di un antico libro egizio, il “Libro di Thoth”, che si sarebbe salvato dall’incendio che distrusse i templi. §
Thoth era il dio lunare del pantheon egizio, il sostituto notturno del Sole; era, tra l’altro, l’inventore dei geroglifici ed autore di testi magici e sapienziali.
Le leggende legate al libro sono molte, così come molte sono le congetture legate alla sua scomparsa; non sappiamo se il testo sia veramente scampato all’incendio dei templi, ma sappiamo che di esso non esistono assolutamente tracce. Tuttavia, secondo Gebelin, i tarocchi, avrebbero rappresentato un’allegoria della religione egizia sotto forma di segni geroglifici. Questo libro, evidentemente non ancora perduto, sarebbe stato introdotto in Europa dagli zingari, che, altro non erano se non una tribù di antichi Egizi.
Non fu mai in grado di fornire prove del suo convincimento, ma pose l’attenzione su diversi elementi che riteneva determinanti. Uno di questi, ad esempio, derivava dall’osservazione di un aspetto contestuale, rilevando come l’uso dei quattro semi portasse con se una corrispondenza negli ordinamenti politici della società egiziana individuabili ed associabili a quattro distinte classi con i quattro semi: il sovrano e la casta militare con le spade, quella che oggi definiremmo la borghesia agricola con i bastoni, la casta sacerdotale con le coppe e la classe dei commercianti con i denari.
A prescindere dalla mancanza di prove reali, la somiglianza di qualche geroglifico con talune figure emblematiche dei Tarocchi non deve stupirci, né ci si deve meravigliare se determinati simbolismi vengono rilevati in altre culture, distanti nel tempo e nello spazio: come ha affermato lo stesso Jung infatti, nei Tarocchi troviamo dei simbolismi “archetipali”, che appartengono all’inconscio collettivo di tutto il genere umano.

Ipotesi indocinese
Se il gioco di carte a quattro semi può trovare antenati nei giochi orientali, le 22 carte da Tarocco dette i “Trionfi”, potrebbero sembrare accostabili agli avantars di Vishnu.
Avatar o Avatara, letteralmente “colui che discende”, è una parola sanscrita che deriva dal verbo “discendere” e sottintende quindi la “Discesa di un Principio Divino” nel mondo materiale, ovvero “Incarnazione Divina”.
In India, ancor oggi, si adoperano mazzi di 120 carte, quante sono le incarnazioni di Vishnu, con dieci semi diversi, in cui compaiono sia figure di animali che rappresentazioni di oggetti. I semi delle carte indiane sono pesci, tartarughe, cinghiali, leoni, brocche, accette, frecce, vacche, conchiglie e cavalli. Non è difficile, a livello intuitivo, notare l’assonanza dei quattro semi che ritroveremo variamente diffusi nei mazzi europei con alcuni di quelli in uso in India, ma nulla che sia accostabile ai Trionfi.

Ipotesi araba
origine tarocchiChe le carte dei semi si originarono dai primitivi mazzi arabi importati in Europa nel medioevo e menzionati anche in una cronaca italiana del XV° sec. come “carte saracene”.
La suddetta origine implica che l’utilizzo di illustrazioni per le figure come Re, Regina, Cavallo e Fante sia anch’esso un retaggio occidentale: l’Islam metteva al bando la raffigurazione delle immagini umane, considerando tale pratica immorale. Oltretutto, i “Saraceni” erano musulmani provenienti dal Nord-Africa o addirittura dall’oriente islamico e non dobbiamo trascurare il fatto che il Corano proibisce i giochi d’azzardo.
Il più vecchio mazzo di carte in nostro possesso è quello che viene definito dei “Mamelucchi“: il “Mulûk wa-Nuwwâb” ed è conservato al museo di Topkapi, ad Istanbul.
I Mamelucchi si presentarono inizialmente come una casta di soldati schiavi al servizio dei califfi Abbasidi che li acquistarono dalle popolazioni non-musulmane dell’Asia Centrale, dell’Europa orientale e delle steppe eurasiatiche
Composto da una serie di lamine intarsiate in oro, con 4 “semi”: Jawkân (bastoni da polo), Darâhim (denari), Suyûf (spade) e Tûmân (coppe), ogni seme comprendeva 14 pezzi, 10 numerali e 3 figure chiamate malik (Re), n’ib malik (Viceré o Deputato del Re) e th’n’n’ib (Secondo o Sotto-Deputato), per un totale di 52 carte.
Le figure mostravano disegni astratti senza ritrarre persone, ma riportavano il nome di ufficiali dell’esercito.
In ogni caso sappiamo con assoluta certezza che le carte da gioco non furono un’invenzione dei Mamelucchi, ne dei loro predecessori Ayyubidi, una dinastia curdo-mussulmana, ma che giunsero da un’aria più a oriente, modellate su uno stile tramandato dall’Asia centrale, che aveva, verosimilmente, attraversato la Persia.
Dal nord-Africa il gioco si sarebbe diffuso in Spagna partendo da Valencia, in Italia da Venezia e successivamente in tutta Europa, come risultato degli scambi commerciali e culturali che le popolazioni mediterranee intrattenevano con la civiltà araba.

Ipotesi Ebraico-Cabalistica
origine ebraica tarocchiL’abate Alphonse Louis Constant, alias Eliphas Levi (1810-1875), grande cabalista, universalmente riconosciuto come il rinnovatore della tradizione ermetica nella seconda metà dell’ottocento, pur riprendendo alcune delle tesi di Gebelin ebbe a sostenere che i Tarocchi, in realtà, rappresentavano i “simboli della scienza sacra degli Ebrei“, conservati da saggi cabalisti dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e trasmessi alla cultura medioevale.
L’enigmatico medico, occultista e mago Gerard Anaclet Vincent Encausse (1865-1917), più semplicemente conosciuto come Papus, ricalcando la tesi di Levi, arrivò a completare l’accostamento tra i 22 Arcani e le corrispondenti lettere ebraiche; tesi confermata anche da un altro celebre occultista, alchimista, massone ed esperto di tarocchi, Oswald Wirth (1860-1943). Egli creò anche un Tarocco i cui personaggi si presentano in vesti egizie.
Sulle carte, in sostanza, sarebbero stati riprodotti i Theraphim, cioè simboli ideografici o geroglifici, utilizzati dai sacerdoti di Gerusalemme per interrogare gli oracoli. Pur essendo la Cabala certamente nota agli ideatori dei Tarocchi, si fa fatica a pensare che essi potessero appartenere al ceppo semitico, il quale ha sempre preferito affidare i suoi pensieri astratti alla multiforme complessità di lettere, numeri e figure geometriche, anziché al simbolismo artistico. La relazione tra Cabala e Tarocchi può essere presa in esame allo scopo di studiarne forse la diffusione ma non le origini, dato che sono nati in tempi diversi.

Bibliografia:
Libero riassunto da: “Enigmi, n.6. Misteri, scienza, paranormale”, articolo a cura di Claudio Dionisi


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