Origini pagane dell’Epifania


rid700-vecchia2Gli gnostici basilidiani credevano che l’Incarnazione del Cristo fosse avvenuta non alla nascita ma al battesimo. Il 15° giorno di “tubi“-ovvero il 6 gennaio-era la data paleoegizia del solstizio invernale nella quale tradizionalmente si festeggiava il nuovo sole. Fu dunque naturale, celebrare l’Incarnazione del Cristo in quella data simbolica.
Epiphaneia“, in greco significa apparizione, o manifestazione sensibile di una divinità. Gli orientali la chiamano “eortè ton photon” ovvero festa delle luci.
La notte dell’ Epifania è considerata nelle campagne una notte magica: si dice che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi.
In Italia, esiste una figura non inquadrabile nella tradizione cristiana, la Befana, che porta regalini o carbone (se non si sono comportati bene) ai bimbi. Nell’iconografia tradizionale appare come una vecchia col viso appuntito, gli occhi di brace, i denti felini e affilati, la lingua aguzza, abita nelle caverne delle montagne e una volta l’anno, nella notte fra il 5 e il 6 gennaio, arriva a cavallo di una scopa che inforca al contrario, per segnalare che non è una strega. E’ una figura pericolosa se non si rispetta la sua invisibilità: chi volesse sorprenderla mentre scende dal camino con i suoi doni, incorrerebbe in punizioni esemplari. In Veneto si chiama “Vecia o Strìa” e appare la dodicesima notte dopo quella di Natale, alla fine del periodo di transizione fra il vecchio e il nuovo anno e non ha nulla a che fare  con l’arrivo dei Magi che portano doni a Gesù, se non 48tq1nel nome. E’ stata interpretata come un’immagine di Madre Natura che, giunta alla fine dell’anno invecchiata e rinsecchita, assume le sembianze di una befana e prima di morire offre dolciumi e regalini, a simboleggiare, i semi grazie ai quali riapparirà nelle vesti di giovinetta Natura.
In Veneto, veniva cacciata, uccisa e bruciata, dopo aver fatto un gran chiasso che serviva per allontanare dai campi e dai paesi tutte le forze malefiche. Chi fosse riuscito a portare a casa “i cavei“, ossia i capelli del fantoccio della “Vecia”, si sarebbe propiziato la fortuna per tutto l’anno.
La Befana allude alla Grande Madre, signora della vita, che regna su animali, rocce, vegetali, evocando l’idea della fecondità, dell’abbondanza e della prosperità: madre del cosmo che governa il ciclo terreno di vita-morte-vita; padrona del fuoco domestico, come testimonia il tempio romano di Vesta, fiamma vivente della grande famiglia romana. E in questo senso, rievoca gli antenati di ogni famiglia che portano doni ai bimbi, depositari della tradizione. Fra i regali della Befana c’è la frutta secca, di buon auspicio, ma anche il carbone, energia latente e vero e proprio amuleto che aiutava a cacciare malanni e disgrazie, o ancora, le noci, simbolo di fertilità.
Ma allora perché la Vecchia dev’essere bruciata? Perché rappresenta anche gli antenati che si trovano nell’Aldilà e la comunicazione fra vivi e morti non può durare oltre quel periodo magico di passaggio da un anno ad un altro, di caos. L’Epifania segna la fine di questo periodo di transizione; sicché la Befana dev’essere bruciata o segata perché si possa instaurare il nuovo anno, il cosmo rinnovato.

Tradizioni antiche
Il giorno dell’Epifania, in Francia, si eleggeva un re della fava, così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella focaccia detta “galette des rois” e sormontata da una coroncina di cartone. A sua volta il re nominava una regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. Secondo una tradizione che risale ai pitagorici la fava sarebbe il simbolo dell’incessante ciclo di vita e di morte nella caverna cosmica. Pitagora sosteneva che mangiar fave “è dividere il cibo dei morti, è uno dei mezzi per mantenersi nel ciclo delle metensomatosi e piegarsi alle forze della materia”. L’alchimista Eugène Canseliet ha spiegato a sua volta che “la fava non è altro che il simbolo del nostro zolfo imprigionato nella materia; vero sole minerale, è anche quello dell’oro nascente, affatto estraneo al metallo prezioso, dispensatore di ogni piacere in terra. E’ lui quell’oro giovane verde che doterà l’artista, abbastanza fortunato per giungere fino alla maturità, del triplo privilegio della salute, della fortuna e della saggezza. Ecco perché l’espressione “trovare la fava nel dolce” significa fare una scoperta geniale e importante.

Leggi anche:
Le virtù della Fava;
Ciamar el Pan e Vin;

Bibliografia:
Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno di Alfredo C.

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