L’Epifania in Veneto


“Pitosto che far morir na tradision, ze meio darghe fogo al paese” diceva mia nonna.
E allora la “dodicesima notte” si va a “chiamare” il pane e il vino, ossia la prosperità.
E si deve urlare a gran voce.
Prima bisogna invocare i “Lari”, gli spiriti domestici chiamati a propiziare il nuovo anno.
Poi, i pastori, interpretati dai bambini (sono giovani e hanno un rapporto particolare con l’Oltre-Mondo)  con botti, campanacci e catene devono allontanare il “maligno”, girando per tre volte attorno alle sterpaglie pronte per essere bruciate.
Al più grande nel cerchio, spetta l’accensione del rogo, la “bubarata”. Si procede bruciando quella piccola, posta davanti al “pan e vin”, rigorosamente con le ceneri del “zoch”, un ceppo bello grosso  fatto bruciare lentamente dalla vigilia di Natale a quella dell’Epifania. Poi, la paglia  infuocata accende il falò più grande, precedentemente benedetto dal “piovan”  (il prete del paese).
Infine, mentre “e faive” ossia le faville, salgono in cielo si cerca di trarre un pronostico sull’andamento del nuovo anno.
Tra canti, invocazioni, vin brulè e pinza, il responso è stato positivo: “se e faive va a sera de pàn e poènta xe piena a caliera” .
Dunque quest’anno dovrebbe scacciare un pochino la crisi…speriamo!
Curioso che anche a Verona, il grande falò in piazza Bra abbia pronosticato lo stesso.

 

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